Lo schermo sostituisce qualcosa nella vita dei nostri figli. Ma cosa?

Quando si parla di bambini, adolescenti e tecnologia, la prima domanda è quasi sempre la stessa: quante ore davanti allo schermo sono troppe? È una domanda comprensibile, ma probabilmente incompleta. Smartphone, tablet, videogiochi e piattaforme digitali sono ormai parte della quotidianità e possono avere funzioni molto diverse: permettono di comunicare, imparare, divertirsi, creare e mantenere relazioni. Il problema, quindi, non può essere ridotto alla semplice presenza di uno schermo. Una domanda forse più interessante è un’altra: che cosa sta sostituendo quello schermo?
Anziché concentrarsi esclusivamente sul numero di minuti trascorsi online, può essere utile osservare quali esperienze vengono progressivamente ridotte o eliminate. Un’ora davanti allo smartphone non ha necessariamente lo stesso significato per tutti. Può essere un’ora sottratta al sonno, allo sport, alla conversazione con un amico, allo studio, al gioco creativo oppure, al contrario, può rappresentare un momento di socializzazione o apprendimento. È proprio questa distinzione che sta diventando sempre più importante anche nella letteratura scientifica.
Quando lo schermo prende il posto delle relazioni
Una parte fondamentale dello sviluppo psicologico avviene attraverso esperienze apparentemente semplici: parlare con qualcuno guardandolo negli occhi, interpretare un’espressione del volto, capire quando una battuta ha ferito un amico, tollerare qualche secondo di silenzio imbarazzante, discutere e poi trovare una soluzione. Sono competenze che non vengono apprese attraverso una lezione teorica. Si costruiscono vivendo le relazioni.
Quando lo smartphone diventa il rifugio automatico ogni volta che ci si annoia, ci si sente in imbarazzo o non si sa cosa dire, alcune di queste occasioni possono diminuire. Questo non significa che le relazioni digitali siano necessariamente meno autentiche: per molti ragazzi la tecnologia rappresenta anche uno strumento importante di appartenenza e contatto sociale. La questione riguarda piuttosto l’equilibrio tra esperienze online e interazioni dirette.
Una meta-analisi pubblicata nel 2025 su Psychological Bulletin, che ha analizzato 117 studi longitudinali e dati relativi a quasi 293.000 bambini, ha individuato una relazione piccola ma significativa in entrambe le direzioni tra utilizzo degli schermi e difficoltà socio-emotive. In altre parole, un maggiore utilizzo può essere associato nel tempo a maggiori problemi emotivi e comportamentali, ma è vero anche il contrario: bambini che stanno già vivendo difficoltà possono cercare maggiormente rifugio negli schermi. Il rapporto, quindi, è più complesso della formula semplicistica secondo cui “lo smartphone provoca disagio psicologico”.
Noia, frustrazione e capacità di stare con le proprie emozioni
C’è poi un’altra esperienza che rischia di diventare sempre più rara: non avere nulla da fare. Per un adulto può sembrare un dettaglio, ma durante l’infanzia e l’adolescenza la noia può avere una funzione importante. È proprio quando manca uno stimolo immediatamente disponibile che un bambino può inventare un gioco, cercare qualcosa da fare, esplorare l’ambiente o semplicemente imparare a tollerare un momento di vuoto.
Lo stesso vale per le emozioni spiacevoli. Quando siamo nervosi, tristi, soli o frustrati, prendere il telefono può offrirci un sollievo immediato. Scrollare un social network, guardare un video o iniziare una partita sposta rapidamente l’attenzione altrove. Ma se questa diventa la risposta abituale a qualsiasi stato emotivo negativo, può diminuire l’occasione di imparare altre strategie: riconoscere ciò che proviamo, aspettare che l’intensità dell’emozione diminuisca, parlarne, cercare una soluzione oppure accettare temporaneamente un disagio.
Questo meccanismo aiuta anche a comprendere perché la relazione tra benessere psicologico e uso digitale sia spesso bidirezionale. Lo schermo non è soltanto qualcosa che può interferire con altre attività: può diventare anche uno strumento utilizzato per gestire emozioni che erano già presenti. Per questo limitarsi a togliere il telefono, senza comprendere quale funzione stia svolgendo nella vita di un ragazzo, rischia di affrontare soltanto una parte del problema.
Movimento, gioco libero e attenzione hanno bisogno di tempo
Ogni giornata contiene ventiquattro ore. Più tempo viene dedicato a un’attività, meno ne rimane potenzialmente per le altre. In psicologia dei media questa idea viene spesso descritta attraverso la cosiddetta ipotesi dello spiazzamento o displacement hypothesis: alcuni effetti negativi attribuiti agli schermi potrebbero dipendere non soltanto dallo schermo in sé, ma dalle attività positive che vengono progressivamente sostituite dal suo utilizzo.
Una revisione sulla prima infanzia pubblicata nel 2024 evidenzia proprio questo aspetto: le associazioni tra maggiore tempo davanti agli schermi e alcuni esiti dello sviluppo potrebbero essere spiegate, almeno in parte, dalla riduzione delle occasioni di movimento, gioco, esplorazione e interazione sociale. Un’altra meta-analisi condotta sui bambini tra 5 e 10 anni ha riscontrato che una maggiore esposizione a smartphone e tablet era associata sia a una minore attività fisica sia a peggiori indicatori del sonno.
Anche l’attenzione merita una riflessione. Molte attività digitali sono costruite intorno a una successione continua di stimoli: notifiche, immagini, messaggi, ricompense, video brevi e contenuti che cambiano rapidamente. Non significa che questi strumenti “distruggano” automaticamente la capacità di concentrazione. La ricerca mostra risultati più sfumati e dipendenti anche dal tipo di attività svolta. Tuttavia, una giornata nella quale ogni momento libero viene immediatamente riempito da uno stimolo digitale può lasciare meno spazio ad attività che richiedono concentrazione prolungata, pazienza, immaginazione e capacità di portare a termine un compito senza continue interruzioni.
Lo schermo che ruba il sonno
Uno degli ambiti sui quali le evidenze risultano più consistenti riguarda il sonno, soprattutto quando i dispositivi vengono utilizzati nelle ore serali o direttamente a letto. In questo caso il meccanismo più semplice può essere anche il più importante: continuando a guardare video, giocare o scorrere contenuti, semplicemente si va a dormire più tardi.
Una meta-analisi pubblicata nel 2026 su JAMA Pediatrics, basata su studi che osservavano le variazioni quotidiane all’interno delle stesse persone, ha rilevato che nelle giornate caratterizzate da un maggiore utilizzo degli schermi l’orario di addormentamento tendeva a spostarsi in avanti, anche se gli effetti sulle altre dimensioni del sonno risultavano più modesti. Altre revisioni, basate su campioni molto ampi, hanno riscontrato associazioni tra maggiore tempo davanti agli schermi, sonno più breve, addormentamento più tardivo e maggiore presenza di problemi del sonno.
Ancora una volta, quindi, non è sufficiente chiedere quante ore un ragazzo trascorra con il telefono. Occorre domandarsi quando lo usa. Venti minuti durante un viaggio in autobus non sono necessariamente equivalenti a venti minuti sottratti al sonno dopo mezzanotte.
Non basta contare le ore: bisogna osservare la giornata
Le indicazioni più recenti dell’American Academy of Pediatrics riflettono proprio questa maggiore complessità. Per bambini e adolescenti non viene proposta semplicemente una regola universale valida per ogni famiglia, ma viene sottolineata l’importanza di osservare il tipo di contenuti, il contesto in cui vengono utilizzati, le interazioni che producono e soprattutto il loro rapporto con attività fondamentali come sonno, movimento, studio e relazioni. L’AAP suggerisce inoltre la costruzione di un vero e proprio Family Media Plan, nel quale le regole riguardino non soltanto i figli ma anche gli adulti.
È un aspetto spesso dimenticato. Dire a un adolescente di mettere via il telefono mentre gli adulti controllano continuamente notifiche durante la cena rende qualsiasi regola molto meno credibile. L’educazione digitale passa anche dall’esempio: creare momenti della giornata nei quali tutti rinunciano agli schermi può essere più efficace di una lunga serie di divieti rivolti esclusivamente ai più giovani.
La domanda che può cambiare prospettiva
Forse, allora, il punto non è stabilire se gli schermi siano “buoni” o “cattivi”. Sarebbe una distinzione troppo semplice per strumenti ormai profondamente integrati nella vita sociale, scolastica e familiare. La questione è capire quale funzione abbiano assunto e quale spazio stiano occupando.
Quando un bambino o un adolescente prende in mano lo smartphone, possiamo provare a domandarci: che cosa avrebbe fatto altrimenti?
Avrebbe dormito? Sarebbe uscito? Avrebbe parlato con qualcuno? Avrebbe studiato? Avrebbe praticato sport? Si sarebbe annoiato abbastanza da inventarsi qualcosa? Oppure avrebbe semplicemente utilizzato quello stesso dispositivo per parlare con un amico, imparare qualcosa o creare?
È probabilmente questa la distinzione più utile. Perché il problema non è riempire la giornata di regole contro gli schermi, ma assicurarsi che gli schermi non finiscano lentamente per occupare lo spazio necessario a costruire competenze che hanno bisogno della vita reale per essere allenate: autonomia, attenzione, movimento, capacità di stare con gli altri e capacità di stare, qualche volta, anche con sé stessi.