Curare la fame nervosa

Cos’è la fame nervosa?disturbi dell'ansia

L’espressione “fame nervosa” (emotional eating) indica una sensazione solo in apparenza simile alla fame. In genere, la fame nervosa induce la persona a ingerire in modo inappropriato e incontrollato piccole o grandi quantità di cibo. Lo scopo non è quello di nutrirsi, bensì di ridurre un generico stato di disagio delle cui ragioni la persona ha scarsa consapevolezza. Infatti, il consumo di cibo indotto dalla fame nervosa è accompagnato – prima, durante e dopo – da specifiche emozioni. Queste emozioni sono spesso sconosciute alla persona: le avverte, ma non sa nominarle. Inoltre, la loro variabilità è ampia ed è strettamente connessa alla storia individuale. Ciò che è vissuto come “incontrollabile”, non è la sensazione di fame bensì il comportamento compulsivo a consumare cibo. La sensazione di fame, dal canto suo, raramente corrisponde a fame reale e non è determinata da una effettiva carenza di nutrienti.

Il circolo vizioso

In termini generali, l’ingestione di cibo indotta dalla fame nervosa è una manovra per tamponare uno stato di disagio. Si tratta di un tentativo “artigianale” e pronto all’uso, un “antidolorifico” immediato, che comporta il minore sforzo possibile. Ma, soprattutto, allontana immediatamente il malessere senza rischiare di esplorarlo. Chiaramente, allo scarso impegno corrisponde uno scarso rendimento: la tensione si abbassa subito, ma la durata è trascurabile. Entro un breve periodo, anche in relazione alla quantità di cibo ingerito, si manifestano reazioni emotive e stati d’animo che inducono a proseguire con altro cibo oppure a liberarsi del cibo appena ingerito o a neutralizzarne gli effetti o, ancora, a scivolare in uno stato depressivo carico di colpa e vergogna. L’esperienza è, molto spesso, quella di un circolo vizioso da cui non si riesce ad uscire.

Fame, ansia, vuoto o…?

La maggior parte delle persone che soffre di fame nervosa confonde o sovrappone  il senso di fame e il senso di vuoto. Non è cioè in grado di distinguere il bisogno di cibo da quello di altri tipi di “nutrimenti”. Molto spesso, il bisogno di nutrimento emotivo o spirituale è negato o minimizzato con decisione. Altre volte, è lo stato di agitazione fisica – quasi di frenesia – o di ansia che, in particolari circostanze, induce al consumo sregolato di cibo. Altre volte ancora alla persona è chiaro lo scopo di auto consolazione o di rassicurazione, ma non si riesce a immaginare alternative valide.

Storia familiare

Non va infine trascurato il ruolo degli stili genitoriali, della storia educativa e delle consuetudini alimentari. Non poche persone hanno cattive abitudini nutrizionali trasmesse o agevolate dalla famiglia di origine. In questi casi, il problema psicologico si rivela non tanto nelle modalità di assunzione del cibo, quanto nel trascinare anche per molti anni uno stato di disagio fisico importante. Ad esempio, nell’obesità grave i messaggi dolorosi che il corpo invia sono sistematicamente ignorati anche per decenni. Nel frattempo, il peso cresce inesorabilmente sino a conseguenze non di rado letali.

Fame nervosa nei disturbi del comportamento alimentare

La fame nervosa riguarda, a vario titolo, la maggior parte dei disturbi del comportamento alimentare, pur entro quadri psicopatologici molto differenti e ben più complessi. Episodi paragonabili all’emotional eating sono presenti, per esempio, nel sottotipo con abbuffate dell’anoressia. Nella bulimia e nel binge eating è proprio l’ingestione incontrollata di cibo ad essere vissuta come il problema principale. Nell’obesità, invece, si riscontra lo spizzicare molto frequentemente fuori pasto lungo la giornata (grazing) o il consumare molti snack ipercalorici (snacking). Sempre tra le persone sovrappeso è relativamente diffusa la Night Eating Syndrome, il consumo notturno di cibo, che in alcuni casi avviene anche durante il sonno profondo.

Differenze e somiglianze

Una differenza spesso osservabile tra i disturbi del comportamento alimentare e l’obesità riguarda il livello di coscienza e attenzione. Mentre nell’anoressia, nella bulimia o nel binge eating l’assunzione incontrollata di cibo è vissuta in modo assolutamente cosciente, nell’obesità è molto più facile individuare stili di consumazione continua ma “distratta”, quasi di “sottofondo” rispetto al compimento delle normali attività quotidiane. L’abbuffata di una bulimica o di un binge eater è vissuta come un momento di rottura rispetto ad una regolarità comportamentale spesso rigidamente controllata. Al contrario, lo spizzicare continuo o lo snacking della persona con obesità sono molto spesso al di fuori dell’attenzione consapevole. Non di rado le persone obese fanno fatica a indicare con chiarezza la quantità di cibo che ingeriscono durante una giornata tipo.

Masticare per assimilare

Un altro elemento che caratterizza il comportamento di ingestione scatenato dalla fame nervosa è l’assenza di masticazione. La persona, in genere, ingoia il cibo masticando poco o male, perché ciò che conta è l’urgenza di riempire. Nemmeno l’odore o il sapore sono particolarmente apprezzati. Tale processo non consente una reale assimilazione, ma soltanto un accumulo di sostanza difficilmente digeribile. In questo modo si stravolgono le normali funzioni metaboliche, accentuando la confusione tra stati fisiologici (fame) e stati emotivi (senso di vuoto).

Stili di personalità

L’assenza di masticazione suggerisce anche uno stile di personalità caratterizzato dal’”ingoiare” tutto ciò che il mondo (interno ed esterno) propone, senza discriminare, selezionare, scegliere e, quindi, “digerire”. Il desiderio e il bisogno sono sostanzialmente confusi, ciò che piace diventa necessario mentre ciò che serve o è utile è facilmente trascurato o sostituito. Nelle persone con problematiche più o meno gravi legate al cibo e all’alimentazione è facile riscontrare insofferenza verso regole e costrizioni, ma in un’esistenza che, al contrario, è rigidamente costretta in una disciplina ferrea o nell’obbligo di osservare rituali “magici” o superstiziosi o, ancora, nella necessità di controllare minuziosamente ogni variazione “quantitativa” (peso e forma) del proprio corpo.

Le rigidità cognitive ed emotive

Nel corso del tempo il lavoro di ricerca di molti specialisti ha permesso di individuare alcune rigidità tipiche di chi vive il cibo in modo problematico. Vediamone alcune:

  • Tutto e subito. Ad esempio: la dieta deve funzionare immediatamente. I risultati devono essere visibili in brevissimo tempo: il funzionamento del corpo e l’immagine del corpo finiscono per essere la stessa cosa. Non sono possibili errori, ricadute, tentennamenti, frenate. Ogni stop lungo il percorso verso l’obiettivo è vissuto solo come un fallimento e non come un’occasione per conoscersi (e imparare).
  • Perfezionismo. È molto difficile, se non impossibile, che una persona che vive un rapporto conflittuale col cibo pensi di andare bene così come è. Al contrario, in lei e in qualunque cosa faccia vedrà sempre qualcosa che non va. Ogni risultato o ogni traguardo raggiunto non è mai abbastanza: non è mai perfetto. Non solo: quel che manca alla perfezione assume dimensioni enormi. Al punto tale che, se non è perfetto allora non vale niente. La logica è, appunto, quella del “tutto o nulla”. Quest’ultima, però, non è applicabile al funzionamento umano, così come non lo è il perfezionismo, che qualcuno definisce come un vero e proprio “crimine contro l’umanità”.
  • Presunzione. Se nulla di me è mai perfetto, se niente di ciò che faccio va mai davvero bene, allora anche l’apprezzamento o il gradimento degli altri sarà insincero, non credibile e nasconderà sempre altro. “Lo dice per farmi piacere/perché mi vuole bene” è la svalutazione più diffusa. Nulla e nessuno possono sgretolare la convinzione profonda di non valere nulla di una persona che soffre di disturbi con il cibo. Cosa c’è di più presuntuoso di una convinzione che resiste a qualsiasi fatto o opinione contraria?
  • Compiacere. Una persona che ha problemi con il cibo il più delle volte non ha idea di cosa autenticamente le piaccia. In genere, ha trascorso la sua vita a compiacere gli altri, a venire incontro alle aspettative degli altri, ad aderire ad un’immagine che ritiene le sia richiesta. Il risultato di un’esistenza trascorsa in questo modo è, appunto, non avere un’idea chiara sui propri gusti, le proprie inclinazioni più profonde e, in generale, ciò che è utile e prezioso per il proprio reale benessere.
  • Isolamento. Più ancora della solitudine, che può essere il risultato, chi vive un conflitto di dipendenza dal cibo è isolato soprattutto emotivamente. È una condizione e, al tempo stesso, è una scelta. Il timore è quello di essere scoperti per ciò che si è: bisognosi, fragili e dipendenti. Nascondere la propria fragilità è fondamentale: il rischio di essere frantumati da un rifiuto è, in genere, uno dei più temuti per queste persone.

Percorsi di cura

Attraverso questo processo è possibile cominciare ad orientarsi in modo più flessibile rispetto ai propri stati d’animo, diversificando i comportamenti. In secondo luogo, è importante ampliare l’orizzonte delle possibilità esistenziali, aumentando la libertà delle proprie scelte. La particolarità delle problematiche psicologiche legate al cibo richiede un trattamento specializzato da parte di un professionista che abbia una reale esperienza in materia ed una formazione adeguata.

La cura della fame nervosa richiede generalmente un percorso che affronti più aspetti. Da un lato è fondamentale riconoscere gli stati emotivi ed apprendere la capacità di dargli un nome, rendendoli identificabili..

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